C’è una frattura silenziosa che attraversa il mondo del vino contemporaneo, una linea d’ombra che separa due modi opposti di intendere il calice e, forse, la vita stessa. ​
 
Da una parte c’è il vino della critica accademica, quello che premia la spigolosità, l’acidità tagliente, il tannino che morde le gengive e quella mineralità austera che spesso viene scambiata per eleganza. ​È il vino che va “capito”, studiato, atteso, un vino che richiede uno sforzo intellettuale per essere apprezzato e che spesso lascia il consumatore neofita con un senso di inadeguatezza. ​
Dall’altra parte, però, c’è la biologia umana. ​C’è il nostro istinto primordiale che, da quando eravamo raccoglitori nelle foreste del Pleistocene, ci spinge a cercare il frutto maturo, la dolcezza, la morbidezza, la concentrazione saporita che promette energia e appagamento immediato. ​
 
Esiste un evento, unico nel suo genere in Italia, che ha avuto il coraggio di schierarsi apertamente dalla parte di questo istinto, sfidando i dogmi della sommellerie classica per rimettere al centro una parola spesso considerata tabù nei salotti bene dell’enologia: il piacere. ​
 
Stiamo parlando de I Migliori Vini Italiani, la kermesse ideata e diretta da Luca Maroni, che torna a Roma per celebrare un traguardo storico: la venticinquesima edizione. ​Dal 20 al 22 febbraio 2026, il Salone delle Fontane all’EUR si trasformerà ancora una volta nel tempio dell’edonismo sensoriale. ​
 
La location scelta non è mai casuale: l’EUR, con le sue architetture razionaliste, metafisiche, bianche e monumentali, sembra quasi voler fare da contrasto alla natura esplosiva e colorata dei vini che vengono versati all’interno. ​Mentre fuori tutto è rigore geometrico e marmo freddo, dentro le sale si celebra il trionfo della polpa, del succo, della vita che ribolle.
 
Partecipare a questa edizione speciale non significa andare a una fiera campionaria dove si parla di affari o di quote di mercato. ​Significa entrare nel laboratorio mentale di un analista sensoriale che ha dedicato la vita a codificare una formula matematica della piacevolezza: Indice di Piacevolezza = Consistenza + Equilibrio + Integrità. ​Sembra alchimia, ma è tecnica pura. ​
 
La Consistenza è la ricchezza del vino, la sua “ciccia”; l’Equilibrio è la morbidezza che deve bilanciare l’acidità; l’Integrità è la pulizia, l’assenza di difetti. ​Quando questi tre parametri raggiungono il massimo, si ottiene il famoso punteggio di 99 punti, il Santo Graal di questa manifestazione. ​
 
Ma l’edizione 2026 porta con sé una novità che farà discutere e che dimostra l’apertura mentale di Maroni verso il futuro. ​Tra i banchi d’assaggio, accanto ai grandi rossi opulenti e ai bianchi aromatici, ci sarà un focus dedicato ai vini dealcolati. ​Mentre molti critici tradizionalisti storcono il naso di fronte a questa categoria, Luca Maroni ha deciso di esplorarla senza pregiudizi, chiedendosi se sia possibile applicare l’indice di piacevolezza anche a vini che hanno rinunciato all’alcol. ​È una sfida culturale enorme: capire se il piacere del vino può sopravvivere alla sottrazione della sua componente inebriante.
 
​Camminando tra gli stand del Salone delle Fontane, i visitatori potranno quindi compiere un viaggio che va dalla tradizione più radicata all’innovazione più spinta. ​Troverete i vini “grassi”, opulenti, generosi, quelli che sanno di confettura di more e spezie dolci, ma anche le nuove frontiere del bere consapevole. ​È una celebrazione dell’abbondanza agricola italiana, un inno alla capacità del nostro sole di concentrare gli zuccheri e gli aromi nelle uve. ​
 
L’evento non è solo vino, ma un’esperienza sinestetica completa. ​Oltre alle degustazioni libere, il programma prevede laboratori dedicati ai sapori primari (dolce, salato, amaro, umami) e workshop gastronomici come quello su “Pane, vino e pecorino”, in collaborazione con forni artigianali e consorzi di tutela. ​La grandezza di questa manifestazione sta nella sua capacità di essere “pop” nel senso più nobile del termine. ​
 
Lontano dall’atmosfera ingessata di certe degustazioni a numero chiuso, qui la musica, le luci scenografiche e la presenza di cibo gastronomico creano un ambiente di festa. ​Il vino viene restituito alla sua dimensione originale di convivio, di lubrificante sociale, di gioia condivisa. ​Non c’è il timore reverenziale di sbagliare l’abbinamento; c’è solo l’invito a fidarsi del proprio palato. ​In un mondo che ci chiede continuamente di essere performanti e ascetici, I Migliori Vini Italiani ci autorizza a essere indulgenti con noi stessi. ​Ci dice che la morbidezza non è un peccato, ma una virtù biologica. ​Ci ricorda che l’amaro è un segnale di allarme per il nostro cervello, mentre il dolce e il fruttato sono promesse di sopravvivenza.
 
​I vini premiati da Luca Maroni sono vini “confortevoli”, che ti accolgono come un abbraccio, che non ti sfidano a duello ma ti invitano a sederti e a godere del momento. ​
 
Dunque, cosa aspettarsi da questi tre giorni di febbraio al Salone delle Fontane? ​
 
Aspettatevi di essere sorpresi da etichette che forse non trovate sulle guide tradizionali, ma che al primo sorso vi strapperanno un sorriso involontario. ​Aspettatevi di incontrare produttori che hanno smesso di vergognarsi di fare vini buoni da bere e hanno ricominciato a essere orgogliosi della loro uva. ​In definitiva, I Migliori Vini Italiani 2026 è l’antidoto perfetto all’inverno e al grigiore. ​È un tuffo nel colore, nel profumo e nella sensazione tattile di un’Italia che, nonostante tutto, continua a produrre meraviglie liquide capaci di sedurre il mondo. ​Perché alla fine, come direbbe Maroni, la vita è troppo breve per bere vini che non ci danno gioia. ​Il piacere non è un optional, è un diritto inalienabile di ogni essere umano dotato di papille gustative. ​E a Roma, dal 20 al 22 febbraio, quel diritto viene celebrato con la solennità che merita.
 
Credits - Marco Vercillo - Un momento diVino